Testimonianza di un gruppo di giovani di Savignano che ha partecipato al laboratorio interattivo organizzato da Overseas

Certi argomenti è sempre un po’ difficile trattarli e quello che sta succedendo in Siria credo rientri a pieno titolo tra questi. E’ difficile anche provare a spiegare cosa sta succedendo perché richiede delle conoscenze storiche, geografiche e politiche ampie e complesse. Ma è difficile affrontare un argomento del genere soprattutto perché non si sa mai come trattarlo per non minare troppo la sensibilità della gente ma cercando di trasmettere qualcosa. Bèh, questa mostra forse non ha trasmesso tanti concetti teorici ma sicuramente è servita a sensibilizzarci rispetto a questo tema, a renderci consapevoli di ciò che la gente vive non per sua scelta. E sono riusciti proprio a farci riflettere. Credo quindi che sia una mostra molto riuscita e sono contenta di esserci stata.

Spesso al telegiornale si sente parlare di persone morte nei terribili bombardamenti in Siria o durante i lunghi e disumani viaggi in mare sui barconi. Queste notizie ci toccano un momento, e poi si ritorna alla vita di sempre come se questo non ci riguardasse, come se questo succedesse in un mondo che non è il nostro. Credo che questa mostra dia la possibilità di riflettere su quello che significa abbandonare tutto per tentare disperatamente di raggiungere un luogo in cui poter vivere, senza la paura costante di morire sotto le bombe che cadono dal cielo continuamente. Ci viene chiesto di immedesimarci in persone che devono prendere decisioni difficilissime per sé e per la propria famiglia, e da cui dipende la loro sopravvivenza. E ci si rende conto che la maggior parte delle scelte porta alla morte in mare o a una vita di prigionia. Credo che questa attività sia un ottimo metodo di sensibilizzare la gente su ciò che sta accadendo, e sono quindi molto contenta di avere vissuto questa esperienza!

Questa mostra mi è piaciuta molto anche perché secondo me è molto importante riflettere su quanto siamo fortunati a vivere in questa parte del mondo. Molto spesso non ci rendiamo conto di quante opportunità e possibilità abbiamo.

Mostra veramente bella e ben fatta, curata e ben seguita. Sin dall’inizio ti fa immedesimare in una persona in fuga, in cerca di qualcosa, mettendoti “nei suoi panni”. Interessante anche il doppio viaggio, il quale ti fa vivere l’esperienza in due modi diversi, prima come singolo poi come famiglia, differenti soprattutto dal punto di vista economico.

Mi è piaciuta molto questa esperienza perché mi ha permesso di mettermi nei panni di un migrante siriano che vuole andarsene dal suo paese in cerca non tanto di una vita migliore ma di UNA VITA. In effetti, una vita passata a nascondersi per la paura di morire, in una città dove tutto è ormai stato distrutto, dove le ore del giorno sono scandite dagli scoppi delle bombe, dove non si sentono altro che urla e pianti disperati si può davvero considerare “vita”?  Ma soprattutto quello che mi colpisce è come faccia una famiglia o un gruppo a rimanere unita in queste situazioni: nella nostra vita quotidiana, ci capita spesso di litigare con i nostri cari per motivi ben più futili e banali e troncare dei rapporti per molto meno, mentre loro sono costretti a vivere in condizioni al limite della sopravvivenza e a condividere ogni cosa, mettendo in secondo piano le proprie esigenze. Cosa li spinge ad andare avanti? Cosa dà loro la forza ogni giorno? Forse il semplice fatto di essere ancora lì, ancora insieme, ancora per un po’.